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C’è che io non sogno, o meglio non ricordo cosa sogno perchè ho letto da qualche parte che è impossibile non sognare.

Per bilanciare sogno ad occhi aperti ma senza rendermene conto e scrivo, mentalmente scrivo frasi bellissime e lunghissime che poi regolarmente non ricordo quando avrei la possibilità di metterle nero su bianco.

Scrivo la storia di persone che non conosco, che mi passano accanto fra gli scaffali del supermercato, che sbircio fra le auto mentre aspetto il verde al semaforo o che osservo di nascosto mentre aspetto il mio turno alla posta.

Racconto a me stessa di quella arzilla vecchietta che si fa accompagnare dalla nipote a far la spesa e la bacchetta quando non prende il prosciutto crudo della marca giusta. La sua perfetta acconciatura è l’emblema di una bellezza che è solo trasformata dal tempo ma che è tuttora intatta e accudita. Non una sola ciocca di capelli argentei scivola fuori dalla crocchia ben composta e ogni ruga è posizionata su quel volto come un sentiero da seguire dal presente al passato. Non c’è una piega sul vestito a fiori scuri e non una grinza sulle calze neutre che accompagnano il piede in una scarpa nera con poco tacco e una bella fibbia non troppo vistosa. Racconto di quella nipote che sbuffa e che guarda l’orologio perchè proprio quel giorno, ogni volta che è il giorno della spesa, ha sempre qualcosa di urgente da fare o di meno noioso. Troppo giovane per essere la figlia e troppo indisponente, dunque è certamente la nipote che invece di accompagnare la nonna la sta solo trasportando, senza alcun coinvolgimento affettivo o semplicemente morale.

Racconto a me stessa di un uomo che posa la fronte sul volante, sull’auto di fianco alla mia e speriamo che se ne accorga quando torna il verde altrimenti quelli dietro a lui suoneranno come dei pazzi e quest’uomo non ha bisogno di confusione ma di consolazione, si percepisce dalla posa, dal non avere desiderio di guardarsi intorno ma di guardarsi dentro e nascondere il viso e una sorta di insoddisfazione, non proprio dolore.

Poi mi racconto del ragazzo di colore che porta i volantini pubblicitari con la bici e compostamente non suona a nessun campanello per vendere nulla ma in fondo sta vendendo la sua vita per una falsa libertà che voleva conquistare e che probabilmente non gli apparterrà mai perchè dovrà barattarla con l’umiliazione della sua laurea inutile in un mondo che non ti considera per quello che sei ma per quello che pensano che tu sia, per quel desiderio di poter vivere lontano dalla guerra e dalla miseria che dovrà barattare con la consapevolezza che non c’è un posto al mondo che potrà chiamare casa.

E mi racconto tante altre vite che non conosco e forse son tutte sbagliate ma non c’è confronto, non c’è modo di sapere se c’è un fondo di verità in quel che vedo o se è solo la mia immaginazione, se è solo il risultato dei troppo visti e sentiti luoghi comuni o se c’è qualche scia emozionale che siamo in grado di percepire se restiamo all’erta, se non ci abbandoniamo ai nostri problemi e al nostro piccolo mondo e sconfiniamo in quel che non sappiamo ancora di noi, intimamente, lasciandoci cullare da una probabile alchimia emozionale che fa trasudare l’anima dagli occhi, dai nostri agli altri e da loro a noi.

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