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Ogni volta che mi capita di sentire l’odore dell’erba appena falciata mi viene in mente “nono Gjovanin”, il mio adorato nonno paterno con cui ho dormito parecchi anni prima di avere una cameretta tutta mia. I miei nonni avevano un letto altissimo sul quale mi aiutavano ad arrampicarmi e dal quale scendevo scivolando sul bordo con i piedi penzolanti nel vuoto. Prima di dormire era rigoroso dovere giungere le mani e ascoltare mia nonna che pregava e solo dopo aver fatto il segno della croce si poteva mettere la testa sul cuscino. Il letto aveva le assi di legno sotto i due materassi di lana fatti a mano e il nonno dormiva con i mutandoni lunghi anche d’estate. Ogni tanto, in periodi particolari, dormiva praticamente vestito, pronto a saltare giù quando sentiva le bestie agitarsi nella stalla adiacente alla camera: era il segnale che la mucca gravida stava per partorire. Tutta la casa si animava e tutti raggiungevano in fretta la stalla, me compresa. Non riuscivo a vedere niente perchè gli adulti stavano sempre tutti intorno alla mucca ma a me piaceva il momento in cui il vitellino appena nato veniva messo sulla paglia e si alzava da solo, su quelle zampe lunghe lunghe e malferme. Se il parto si presentava difficile arrivavano anche i vicini e alla fine dell’evento c’era un bicchiere di vino per tutti, formaggio, pane e salame.

L’odore dell’erba appena tagliata mi ricorda i momenti passati con il nonno nei campi, lui falciava e io zompettavo fra i fiori. Ogni tanto si fermava per affilare la lama della falce con la cote che teneva legata al fianco e poi ricominciava a falciare ritmicamente.

Mio nonno era un uomo buono, nel vero senso della parola. Era di una bontà ingenua, non dubitava mai della buona fede di nessuno, era generoso e sorrideva sempre. Nonostante non fossi la sua prima nipote ero probabilmente quella che più adorava e mi portava con sé ogni volta che poteva. Quando andavo alle superiori e lui era l’unico che si alzava prima di me, trovavo sempre il latte caldo sul fuoco e lo aspettavo per fare colazione insieme dopo che lui aveva rigovernato le mucche e tornava in casa. Aveva sempre addosso un odore forte che oggi chiunque chiamerebbe puzza ma che per me era solo l’odore del suo lavoro, delle mucche che chiamava per nome.

Forse non gli ho mai detto che gli volevo bene e lui non l’ha mai detto a me ma non serviva… Quando rimasi incinta del mio primo figlio fu a lui che lo dissi per primo, anche se non c’era già più da qualche anno. Andai sulla sua tomba con un fiore e lo pregai di vegliare per sempre sulla mia creatura.

Ecco, l’erba appena tagliata è tutto questo e anche di più, tutto arriva nella mente insieme al profumo che arriva alle narici e tutto si mescola nel cervello.

Mi rendo conto solo ora di quanto fosse meravigliosa quella vita e di quanto io sia stata fortunata ad averla vissuta e a portela raccontare ai miei figli.

Non so che altro dire. Ho una lacrima di gioia che vuole nascere e morire sul mio viso per festeggiare questo ricordo felice.

Alla prossima.

Mandi

fen2

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