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Le mie due maestre sono dolcissime e non ho paura anche se è il primo giorno di scuola. Mia cugina Luigina, invece, piange come una fontana e non so come consolarla. Poi le passa ma che tristezza!.

E’ il mese di settembre del 1975.

Abbiamo i grembiulini a quadretti, bianchi e azzurri e bianchi e rossi e pranziamo nel lungo corridoio al lato opposto della mia aula. A ricreazione cerchiamo pigne nel boschetto accanto al campo sportivo e ascoltiamo le storie di paura di quelli più grandi, ambientate nella villa sulla sommità della collina, li vicino.

A Natale, c’è un grande albero pieno di lecca lecca, uno ciascuno, dicono le maestre, ma c’è chi ha già rubacchiato e bisogna aggiungerne alcuni per non far piangere nessuno.

Walter ogni tanto mangia la colla e tutti ridono ma io ho paura che sia velenosa.

Mi piace la Coccoina, la spennello piano per non sprecarla e la annuso, è così profumata.

Il Vinavil invece fa la pellicola sulle mani, è proprio una magia.

Poi arriva l’anno nuovo.

A Pasqua dipingo un fiore giallo su un piatto verde e ci sono le prove della recita. Una cosa è certa: nessuno ha un vestito bello come il mio, fatto a mano. E’ in velluto marrone scuro con un colletto bianco in pizzo, ha la vita stretta e la gonna ampia e una cinturella che si allaccia sulla schiena. E’ un vestito da festa, anzi, è un vestito da recita perchè io partecipo alla recita scolastica di fine anno. Faccio solo la prima elementare ma leggo già bene e farò la narratrice, sono felice, sono una bambina felice.

Gli altri bambini son vestiti da fiore, da albero, da foglia  ed è un tripudio di colori.

Sono giorni che proviamo nell’aula magna della vecchia scuola a due piani. Sotto ci sono le prime e le seconde e su, dopo la grande scala stile fascista ci si arriva da “grandi”.

Oggi scriviamo la storia della cicala e della formica. Fa caldissimo, sembra già estate.

Suona la campanella, metto il quaderno nella cartella e la cartella sotto il banco. Mi metto in fila per uscire. Non la portiamo mai a casa la cartella durante la settimana, solo il sabato e oggi è giovedì, Giovedì 6 maggio 1976, lo so perchè l’ho scritto sul quaderno, a inizio pagina, prima del titolo della storia.

A casa faccio merenda, gioco in cortile, ceno, guardo “carosello” e poi vado a dormire.

Mi sveglio perchè sento un gran frastuono: il portaombrelli di ottone è caduto a terra, vicino alla porta d’ingresso, vicino alla porta della mia camera…

Niente più casa, inagibile.

Niente più scuola, crollata.

Niente più vestito.

Niente più recita.

Niente.

 

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