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Scendo dalla macchina stampandomi in faccia e nella mente il mio sorriso migliore, apro la porta dicendo buongiorno e me la chiudo alle spalle sentendomi morire.

La scena è pressapoco sempre la stessa: lui è steso sul divano e sembra che guardi la televisione, le immagini gli scorrono davanti ma i suoi pensieri sono altrove, e non so dove.

Lei è seduta sulla sedia al tavolo di cucina, preoccupata che non sia apparecchiato, a qualunque ora, a tutte le ore e compulsivamente piega e ripiega quei due o tre fazzoletti che poi si infila nei polisini del golfino blu o rosso. Accarezza con le dita grinzose la vecchia collana di perle ingiallite e poi riprende dal polsino un fazzoletto, lo apre e di nuovo lo ripiega e lo infila nuovamente nel polsino.

Ogni tanto si alza e va in camera a pettinarsi davanti allo specchio e chissà cosa vede mentre si spazzola. Una, dieci, cento volte, ripete lo stesso movimento con lo sguardo sempre fisso su se stessa e io che l’ho seguita, prendo la spazzola e le sistemo i capelli dicendole che sono a posto e che può smettere.

A volte lui si cerca chissà cosa nelle tasche e non lo trova; io l’aiuto a cercare anche se non sa spiegarmi cosa ha perso e poi gli dico che sicuramente lo troverà più tardi, che non serve preoccuparsi, che tutto andrà a posto ma a posto non andrà più, io lo so e forse qualche volta lo sa anche lui…

E la valchiria bionda, profumatamente pagata per accudirli, sbuffa e si lamenta che lui ha fatto questo e l’altra ha fatto quello, ogni giorno la stessa solfa come se potessero fare qualcosa di diverso fra quelle quattro mura che sono il loro unico mondo.

Le ripeto che ormai non c’è altro da fare se non vigilare che almeno non si facciano male.

E lei risbuffa e io continuo a morire.

Che altro posso fare se non continuare ad esserci quasi ogni giorno? Che altro posso fare se non parlare del tempo, dei fazzolletti piegati ben bene e delle chiavi che erano in tasca?

Che posso fare?

Posso ancora sorridere loro, questo si che posso farlo e lo farò ancora e ancora e ancora e per qualche momento posso difenderli da loro stessi e da quella solitudine pesante che li schiaccia e li fa diventare ogni giorno più piccoli e fragili.

Lo so che appena me ne vado lui chiede quando arriverò perchè, di avermi vista e di avermi parlato dopo cinque minuti già non ha memoria, mentre lei, quando sto per uscire, mi chiede se deve venir via con me, se la porto a casa perchè non sa più che quella in cui vive è casa sua…

E’ un mondo fatto di sospiri e fazzoletti di colori vivaci.

Vorrei che una sera si addormentassero e non si svegliassero più, non qui, non così, ma in un posto migliore, dove vivere veramente, dove ricordare.

E non è egoismo il mio, non è volermi liberare di loro ma liberare loro, rendere loro la dignità che il tempo ha consumato troppo in fretta.

Che altro posso fare?

Non lo so.

Domande per comprendere il mondo

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