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Stamattina mentre guidavo mi sembrava di essere un bersaglio: i pensieri mi punzecchiavano uno dietro l’altro senza sosta e tutto quel che vedevo diventava qualcosa di cui scrivere; la nebbia e la pioggia fine mi stavano addosso perchè volevano che parlassi solo di loro, del grigio e del trasparente, dell’umido e del solitario. Poi c’erano gli alberi così gialli e così arancio e così rossi e così marroni che non si capiva chi era questo e chi era quello e in un turbine di sfumature facevano a gara perchè parlassi di loro. E poi c’era un gatto che ha attraversato la strada lento lento in modo che se pur da lontano lo vedessi bene, pareva si fermasse a salutarmi e sicuramente voleva che parlassi solo di lui. Poi i cavalli correvano nel prato, così verde che un campo di calcio sintetico sfigurerebbe al confronto, e si spingevano ai bordi del recinto, nella mia direzione; sono sicura che volevano che parlassi di loro oggi. E poi ho incrociato Filippo, così stava scritto nel cartello sul parabrezza, che sul suo camion correva come un pazzo e ho pensato che se continuava a correre così magari qualcuno avrebbe parlato di lui oggi al posto mio, magari sul giornale…

Ho parcheggiato e mentre aspettavo una ragazza gentile con gli occhiali bianchi con cui avevo appuntamento è arrivata la signora a piedi, giacca di camoscio marrone marrone, da uomo, capelli fino alle spalle, pettinati con la riga di lato, tagliati pari pari a mo’ di caschetto lungo e neri neri come nere erano le scarpe da ginnastica, normali addosso a qualche altra persona ma che su di lei sembravano sbagliate. Ha percorso a piccoli passi veloci tutti gli stalli del grande e vuoto parcheggio e un corridoio d’erba bagnata passandomi davanti senza volgere lo sguardo, per attraversare poi la strada e fermarsi davanti alla porta chiusa dall’interno di un negozio sul retro del grande centro commerciale e dopo proseguire verso l’ingresso principale costeggiando il perimetro della struttura, quasi rasente il muro. Sicuramente si è comportata così perchè voleva a tutti costi che la guardassi, cercava di fare finta di passare inosservata perchè io potessi parlare anche di lei oggi.

Al rientro dalla mia commissione guidavo cercando di non pensare a tutte le cose che volevano che parlassi di loro, a tutte le frecce che mi erano state scagliate addosso oggi, alle scene che si schiacciavano una contro l’altra cercando di scavalcarsi per arrivare più in alto possibile nel marasma del mia piccola mente contorta.

Poi sono arrivata a destinazione e le ho chiuse dentro, dove stanno sempre tutte le cose che vedo e che sento e che vorrei scrivere appena metto piede in casa e ho dovuto tenerle a bada per un po’ perchè continuavano a scocciare e io avevo da fare.

Alla fine, come vedi tu che leggi, le ho dovute liberare…

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